Auschwitz, di Francesco Guccini

Guccini scrive e canta la storia terribile ed emblematica di un anonimo bambino morto e bruciato nel famigerato campo di sterminio nazista (il 27 gennaio, data della liberazione dei prigionieri di Auschwitz, è stato proclamato universalmente e perennemente giorno del ricordo e della memoria). Una storia-simbolo delle altre sei milioni di vittime dell’orrore hitleriano, ma è da rimarcare che Guccini non si limita alla condanna del nazismo ma allarga la sua condanna a ogni guerra e allude probabilmente al dramma della guerra in Vietnam, allora in corso.”
[P. Jachia, Francesco Guccini, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 25].

Francesco Guccini
Francesco Guccini

Francesco Guccini (Modena, 1940) è sicuramente uno dei più conosciuti e significativi cantautori italiani. E’ recentissimo il suo annuncio del ritiro dalle scene musicali. Alcune delle sue canzoni – Dio è morto, La locomotiva, Auschwitz – occupano ormai di diritto un posto di primissimo piano nel panorama della canzone d’autore [con questo termine si indicano quelle canzoni che rivestono un valore non solo commerciale, ma anche artistico e poetico].

Il testo

(1) Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….

(2) Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’ inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…

(3) Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…

(4) Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…

(5) Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento, e ancora ci porta il vento…

(6) Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà, e il vento si poserà…

Ascoltiamola cantata dallo stesso Francesco Guccini e dai Nomadi, un gruppo che all’epoca ebbe un ruolo importante nel diffondere alcune delle canzoni più famose del cantautore modenese:

https://www.youtube.com/watch?v=nTYXY6JXchQ

Il commento degli studenti del Liceo Volta di Como

Questo brano (1967), tanto noto da essere spesso riportato persino nei testi scolastici, costituisce un esempio di come anche una semplice canzone possa suggerire riflessioni profonde sulla follia che talvolta guida la mano dell’uomo.

Per approfondire l’analisi del testo di Auschwitz ti suggerisco di leggere con calma ed attenzione il testo di questa analisi collettiva svolta dal Liceo Alessandro Volta di Como. In alcune parti può risultare non proprio facile da comprendere, ma val la pena di leggerla e di cercare di comprenderne almeno le parti più importanti:

“Auschwitz è indubbiamente una delle più celebri canzoni di Guccini, simbolo della sua partecipazione ai drammi umani e del suo intendere la musica non solo come diletto [divertimento], ma come strumento di denuncia (…). Egli prende in esame il tema dell’olocausto, ma la seconda parte della canzone trascende tale contesto per abbracciare una più estesa riflessione sulla ferinità umana [l’istinto della belva, presente naturalmente nell’uomo].

Bambini prigionieri ad Auschwitz
Bambini prigionieri ad Auschwitz

La prima strofa presenta la situazione in termini molto schematici: il narratore è un personaggio morto da bambino in una condizione strana, “passato per il camino“. L’insistenza sul termine “morto” in apertura dei primi due versi crea l’atmosfera cupa e nostalgica che accompagna tutto il brano. Da notare è la durezza di quel “con altri cento” che evidenzia l’impersonalità del massacro, sottolineandone allo stesso tempo la dimensione [evidenzia come il massacro non sia legato ad una sola persona o ad un gruppo, ma sia una tragedia collettiva]. La prima strofa si chiude poi con la presentazione della situazione attuale; il narratore si trova nel vento.

La seconda strofa, invece, tratteggia la scenografia del dramma ponendo subito in rilievo un nome terribile, evocatore di sofferenza e paura, Auschwitz: l’inverno, il freddo e la neve, che potrebbe essere la gioia di ogni bambino, ma non di colui che si trova lì a morire; c’è poi l’ambiguità del fumo e del camino, che ricordano scene di tranquillità domestica, ma sono qui ben altri segni. La terribile fine è solo accennata, con gusto per così dire classico [non legato ad una moda, valido per tutte le epoche], senza insistenza su macabri particolari ma, semplicemente, con l’immagine di un fumo che sale e la presenza di persone che scompaiono, però, per ritrovarsi nel vento.

La terza strofa funge da collegamento tra le due parti del pezzo opponendo alla massa il suo silenzio. L’antitesi [la contrapposizione fra i due concetti di massa  e di silenzio] crea un’efficace sensazione di vuoto, di freddo e morte: questi uomini, ma sono ancora uomini?, non osano più parlare, sono spogliati della propria dignità e individualità, sono tra quei cento o lo saranno presto. Il tempo non cancella quei ricordi nel bimbo morto, egli non riesce a sorridere e si chiede invece, ingenuamente e forse infantilmente, il perché di quelle stragi. E’ questo il momento il cui la prospettiva si amplia e si universalizza quell’esperienza di morte divenendo paradigmatica [da paradigma, esempio, modello di riferimento] dell’umana crudeltà. Guccini sembra pessimista, non ha fiducia nell’uomo e nella sua perfettibilità [possibilità di diventare migliore], lo coglie solo nel suo atto crudele: fantastica intuizione quella di porre alla fine di due versi consecutivi i termini “uomo” e “fratello” legati dal crudo realismo del verbo “uccidere”. Al bimbo, e indubbiamente la scelta come narratore del simbolo dell’innocenza e della purezza non è casuale, sembra assurdo che tutto questo sia potuto accadere, ma è costretto a costatare l’evidenza del fatto: “siamo a milioni/in polvere qui nel vento”. Ancora un numero enorme, come il cento iniziale, rende l’idea dell’ampiezza del fenomeno esasperandone la gratuità [la mancanza di motivazione, più il numero aumenta, meno motivazioni si possono trovare ad una simile tragedia].

L'ingresso del campo di Auschwitz con la famosa scritta "Il lavoro rende liberi"
L’ingresso del campo di Auschwitz con la famosa scritta “Il lavoro rende liberi”

La penultima strofa sembra un grido, un grido di rabbia impotente e disperato, la cui forza è ottenuta con sapienti scelte lessicali [una sapiente scelta delle parole]: il cannone tuona, terribile segno di morte, e il sangue scorre ininterrotto, per culminare con lo stridente contrasto tra questo sangue, l’aggettivo “contenta” e la connotazione di “bestia umana” assegnata a tutta l’umanità. Del resto l’impersonalità del termine “uomo”, usato due volte, sottolinea già da sola come le accuse e le domande siano rivolte all’umanità intera, tutta ugualmente colpevole se non dell’olocausto, di altri innumerevoli assassinii. Terribile è l’epitetobestia“, e ricorda pagine del Principe di Machiavelli, perché presenta l’uomo come bruto, come animale regolato solo da impulsi irrazionali e incontrollabili. Il rilievo conferito in questa sede all’”ancora” acuisce la durezza delle accuse all’umanità che, nonostante si sia accorta delle proprie scelleratezze, continua a commetterne di nuove ogni giorno.

Auschwitz, forni crematori
Auschwitz, forni crematori

Tuttavia Guccini non se la sente di chiudere così, vuole lasciare un varco, una via di scampo all’uomo, sperare che si possa ancora redimere: ecco il significato dell’uso del futuro nell’ultima strofa che si apre ancora con un “Io chiedo” che questa volta non è tanto una domanda o un’accusa quanto piuttosto un’accorata preghiera, una speranza che vuole a tutti i costi uscire e realizzarsi e che è tutta contenuta in quel verso “a vivere senza ammazzare”, così semplice eppure tanto intenso e diretto.

Non si può ignorare nell’analisi di questo pezzo la presenza del vento, vero elemento costante nella chiusura di ciascuna strofa. Il vento che sembra leggero e spensierato è in realtà greve [pesante] del peso di tutti quei morti, è un vento irrequieto che sembra schiacciare l’uomo gettandogli addosso le sue colpe, accusandolo con l’innocente, ma per questo più dura, voce di un bambino. In tutte le strofe esso è accompagnato da “qui”, “ancora”, “adesso”, a sottolineare come si stia parlando di qualcosa di presente e attuale su cui è necessario riflettere. Pensare, però, non basta, bisogna, è questo il significato delle ultime strofe, agire e cambiare, solo così “il vento si poserà” .

La canzone non presenta rime, se non occasionali (prima strofa), il suo ritmo è creato piuttosto dalla brevità dei versi, costituiti spesso ciascuno da una frase in sé compiuta, che crea brevi, gelide scene.

Sono tuttavia presenti in due punti cruciali degli enjambements: “non ho imparato/a sorridere” nella strofa centrale sottolinea il dramma che permane negli occhi e nel cuore, che non può e non deve essere dimenticato, un dramma che spezza e smorza il sorriso; “non è contenta/di sangue” indica invece piuttosto la lacerazione del pensiero che non osa immaginare che possa ancora succedere qualcosa di simile, ma è costretto a costatarlo nei fatti e, inoltre, rafforza il contrasto tra “contenta” e “di sangue”.

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