Il sonno della ragione: Un sopravvissuto di Varsavia, di Arnold Schönberg

Arnold Schönberg
Arnold Schönberg

Nell’agosto del 1947, Arnold Schönberg, da anni rifugiato in USA e naturalizzato americano (ebreo, viennese di nascita, era fuggito negli Stati Uniti nel 1933, appena Adolf Hitler aveva conquistato il potere), compone quello che da più parti verrà considerato un monumento alla Shoah: A Survivor from Warsaw, op. 46, oratorio per voce recitante, coro maschile e orchestra.

In meno di sette minuti, Schönberg condensa orrore, disperazione, incubo, dolore, paura, quegli stessi sentimenti che avevano provato i 450.000 ebrei concentrati nel Ghetto di Varsavia che tra il 1940 ed il 1943 erano stati sistematicamente trucidati con il crudele rito della decimazione.

Milan Kundera [scrittore, saggista, poeta e drammaturgo ceco naturalizzato francese] ha scritto che “…si tratta del più grande monumento che la musica abbia mai dedicato all’Olocausto“. E che “…tutta l’essenza esistenziale del dramma degli Ebrei del XX secolo è in quest’opera viva e presente. In tutta la sua atroce grandezza. In tutta la sua bellezza atroce. Ci si batte perché degli assassini non vengano dimenticati. E Schönberg, lo abbiamo dimenticato” .
(da Repubblica del 23 ottobre 2007).

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Bambini prigionieri ad Auschwitz

Schönberg, ascoltato personalmente il racconto di uno dei pochi scampati dall’eccidio continuato perpetrato dai tedeschi a Varsavia, decide di mettere in musica il breve racconto. Sceglie la forma dell’oratorio, se pur brevissimo, con una voce recitante (il narratore), un coro maschile che impersona i condannati e una nutrita orchestra. La tecnica di composizione è quella della Dodecafonia, da lui stesso messa a punto, che si basa sull’uso dei dodici suoni della scala cromatica in diverse forme e simmetrie e che si adatta molto bene a descrivere il senso si terrore e straniamento che traspare dal racconto.

In un crescendo drammatico che culmina con il canto dello Shemà Israel, il credo ebraico, il compositore condensa tutta la sua maestria nell’utilizzare i timbri dell’orchestra per descrivere i momenti allucinanti della conta dei condannati.

L’opera fu presentata per la prima volta ad Albuquerque, nel Nuovo Messico dalla Civic Symphony Orchestra nell’agosto del 1948, sotto la direzione di Kurt Frederick. La prima italiana si è tenuta a Torino il 20 ottobre 1961 da parte del Coro e dell’Orchestra Sinfonica della RAI di Torino.

Il testo è abbastanza semplice e non presenta grandi difficoltà di lettura e comprensione.

Arnold Schönberg, A survivor from Warsaw, op. 47

 

1. Introduzione strumentale (sola orchestra)

 

2. Introduzione del narratore
Inizia il racconto, l’uomo dice di non poter ricordare ogni cosa: era rimasto privo di sensi per la maggior parte del tempo a causa delle percosse subite dai soldati; in questa breve introduzione ricorda il grandioso momento (che corrisponde all’ultima parte di quest’opera) in cui i suoi compagni intonarono un canto ebraico poco prima di portati via per essere uccisi nelle camere a gas.


I cannot remember everything. 
I must have been unconscious most of the time.
I remember only the grandiose moment when they all started to sing, as if prearranged, the old prayer they had neglected for so many years the forgotten creed!
But I have no recollection how I got underground to live in the sewers of Warsaw for so long a time.

Non posso ricordare ogni cosa. 
Devo essere rimasto privo di conoscenza per la maggior parte del tempo. Ricordo soltanto il grandioso momento quando tutti cominciarono a cantare, come se si fossero messi d’accordo, l’antica preghiera che essi avevano trascurato per tanti anni – il credo dimenticato! Ma non so dire come riuscii a vivere nel sottosuolo nelle fogne di Varsavia, per un così lungo tempo.

3. Sveglia e conta degli ebrei – Percosse dei nazisti

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Ai confini del ghetto

Inizia la descrizione di una giornata nel ghetto di Varsavia: tutti venivano svegliati molto presto, prima che sorgesse il sole. Erano stati separati da tutti i loro cari e nessuno sapeva che fine avessero fatto. Le preoccupazioni tenevano sveglie le persone tutta la notte impedendo loro di dormire: il narratore lancia un grido doloroso: “How could you sleep?” – “Come potevi dormire?
Dopo la sveglia ognuno si doveva recare al punto di raccolta per la conta. Il sergente ha fretta e urlando comincia a colpire i prigionieri con il calcio del fucile, imitato distanza dai propri aiutanti che non risparmiano le loro percosse a nessuno. Tutti i prigionieri che non si potevano reggere in piedi erano allora colpiti sulla testa: le urla di quelle persone sono marcate sia dalla musica che dalla voce narrante: “It was painful to hear them groaning and moaning” – “Era doloroso sentirli gemere e lamentarsi“. Il narratore, pronuncia le parole “groaning” e “moaning” come due deboli urla. In inglese,  il verbo “to moan” possiede una sfumatura più leggera del verbo “to groan“: Schönberg ha voluto sottolineare in questo punto la forte presenza di dolore ma anche la progressiva perdita di energie da parte delle persone colpite con straordinaria ferocia dalle guardie naziste anche con una scelta appropriata delle parole.

The day began as usual: reveille when it still was dark. Get out! – Whether you slept or whether worries kept you awake the whole night. You had separated from your children, from your wife, from your parents; you don’t know what happened to them – how could you sleep?
The trumpets again – Get out! The sergeant will be furious! They came out; some very slow; the old ones, the sick ones; some with nervous agility. They fear the sergeant. They hurry as much as they can. In vain! Much too much noise, much too much commotion – and not fast enough! The Feldwebel shouts “Achtung! Stillstanden! Na wird’s mal? Oder soll ich mit dem Gewehrkolben nachhelfen? Na jutt; wenn ihr’s durchaus haben wollt!”
T
he sergeant and his subordinates hit everybody: young or old, quiet or nervous, guilty or innocent. It was painful to hear them groaning and moaning. I heard it though I had been hit very hard, so hard that I could not help falling down. We all on the ground, who could not stand up were then beaten over the head.


Il giorno cominciò come al solito: 
sveglia quando era ancora buio. Venite fuori! – Sia che dormiste o che le preoccupazioni vi tenessero svegli tutta la notte. Eravate stati separati dai vostri bambini, da vostra moglie, dai vostri genitori; non si sapeva che cosa era accaduto a loro – come si poteva dormire?
Di nuovo le trombe – Venite fuori! il sergente sarà furioso! Vennero fuori; alcuni molto lenti; i vecchi, gli ammalati; alcuni con agilità nervosa.Temono il sergente. Si affrettano quanto più possibile. Invano! Molto, troppo rumore, molta, troppa agitazione – e non svelti abbastanza! Il sergente urla: Attenzione! Attenti! Beh, ci decidiamo? O devo aiutarvi io con il calcio del fucile? E va bene; se è proprio questo che volete!”
Il sergente e i suoi aiutanti colpivano tutti; giovani e vecchi, remissivi o agitati, colpevoli o innocenti. Era doloroso sentirli gemere e lamentarsi. Sentivo tutto sebbene fossi stato colpito molto forte, così forte che non potei evitare di cadere.  Eravamo tutti stesi per terra, chi non poteva reggersi in piedi era allora colpito sulla testa.
 

4. Perdita della conoscenza
L’uomo perde conoscenza a causa delle percosse subite: tutto intorno a lui si fa silenzio perché nessun prigioniero è stato risparmiato dalla ferocia dei soldati, e nessuno ha più le forze per rialzarsi. Ma il silenzio porta con sé “fear and pain“, “paura e dolore”. Il narratore declama con straordinaria lentezza e drammaticità le due parole: prima “fear“, seguita da una brevissima risposta, priva di forze, dell’orchestra, poi “and”… a questo punto un breve silenzio è interrotto improvvisamente dalla parola “pain“, molto marcata, ma pronunciata quasi senza fiato.

 

I must have been unconscious. The next thing I knew was a soldier saying: “They are all dead”, whereupon the sergeant ordered to do away with us. There I lay aside half-conscious. It had become very still – fear and pain.

 

Devo essere rimasto privo di conoscenza. La prima cosa che udii fu un soldato che diceva: “sono tutti morti”, al che il sergente ordinò di sbarazzarsi di noi.  Io giacevo da una parte – mezzo svenuto. Era diventato tutto tranquillo – paura e dolore .


5. Conta dei prigionieri

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La conta a Buchenwald

E’ il drammatico momento della conta di coloro che, sopravvissuti alle percosse, devono essere portati alle camere a gas: questo episodio viene accompagnato da una continua accelerazione del ritmo sino a sfociare nell’inno di chiusura, un canto ebraico col quale i condannati hanno ancora la forza di proclamare il loro credo religioso. Il momento è drammatico: i soldati devono contare – uno ogni dieci – quante persone devono essere mandate alla camera a gas (**). La conta però non viene fatta bene, ed allora il sergente ordina di ricominciare da capo: la conta riprende, partendo prima lentamente, poi accelerando sempre di più, di più, creando un tumulto simile a “una fuga di cavalli selvaggi”. Da notare la contrapposizione testo/significato, usata per marcare ancora maggiormente la drammaticità degli avvenimenti. Quando il testo recita “became faster and faster, so fast that it…“, “divenne più veloce e sempre più veloce, così veloce che…“, il narratore legge le parole “faster,… faster, …fast” in una maniera particolare: invece di accelerare, come del resto procede la musica seguendo quello che è il significato del testo, la voce narrante declama le parole che indicano un aumento di velocità rallentando e fermandosi su di esse. L’effetto che si genera è di forte contrasto, poiché parole che esprimono un significato di rapidità e di progressione veloce vengono messe in risalto attraverso la loro lettura rallentata e marcata.

(**) In realtà nel ghetto di Varsavia non esistevano camere a gas. Probabilmente venivano trasportati in campi di sterminio come Auschwitz. Il dato è quindi storicamente poco accurato; probabilmente deriva dalla frammentarietà delle notizie che arrivavano negli USA nell’immediato dopoguerra, man mano che si veniva a conoscenza di ciò che era accaduto. L’imprecisione storica non toglie nulla alla drammaticità del brano.Il racconto si conclude il crescere dell’intensità e velocità dei suoni, sempre più disordinati in cui si perde la voce del narratore culminando nello “Shema Ysroël“, cantato dai prigionieri prima di essere mandati nelle camere a gas (**).


Then I heard the sergeant shouting: “Abzählen!” 
They started slowly and irregularly: one, two, three, four – “Achtung!” the sergeant shouted again, “Rascher!” “Nochmal von vorn anfangen! In einer Minute will ich wissen, wieviele ich zur Gaskammer abliefere! Abzählen!”.
Then began again, first slowly: one, two, three, four, became faster and faster, so fast that it finally sounded like a stampede of wild horses and all of a sudden, in the middle of it they began singing the Shema Ysroël.

Fu allora che udii il sergente che gridava: “Contateli!”. 
Cominciarono lentamente e in modo irregolare: uno, due, tre-quattro – “Attenzione!” il sergente urlò di nuovo, “Più svelti!” “Cominciate di nuovo da capo! Fra un minuto voglio sapere quanti devo mandare alla camera a gas! Contateli!”.
Ricominciarono, prima lentamente: uno, due, tre, quattro, poi sempre più presto, sempre più presto tanto che alla fine risuonò come una fuga precipitosa di cavalli selvaggi, e tutto ad un tratto, nel mezzo del tumulto,essi cominciarono a cantare lo Shema Ysroël.

6. Inno ebraico “Shema Ysroël”
Il coro intona all’unisono l’inno che vuole essere la coraggiosa risposta del fedele dinanzi alla cieca brutalità dell’uomo e della guerra. Neppure nei momenti più difficili l’uomo dimentica la propria fede e la propria speranza in Dio, fonte di amore e di pace.

Shemà Ysroël
Adonoi, Elohenu,
Adonoi echod;
Vehavto et Adonoi elohecho
bechol levovcho,
uvchol nafshecho
Uvchol meaudecho.
Vehoyù had e vorim
hoéleh asher onochi metsavacho
hajom al levovechò
veshinantòm levonechò
vedibarto bom
beschitechò, bevetecho
uv’lechetecho vadérech
uvshochbecho
evkumechò.

 


Ascolta Israele,
il Signore è il Dio nostro,
il Signore è uno.
Amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore
con tutta la tua anima
e con tutte le tue forze.
E
 saranno queste parole
che io ti comando oggi,
sul tuo cuore
le ripeterai ai tuoi figli
e ne parlerai con loro,
stando nella tua casa
camminando per la via,
quando ti coricherai
e quando ti alzerai.

 

 Shema-Yisrael-wallpaper

Compreso bene il testo, possiamo effettuare un primo ascolto (ne servirà più d’uno). Ti suggerisco questa esecuzione:

https://www.youtube.com/watch?v=DFXkc9AGoeU

(Franz Mazura, recitante/CBSO Chorus/City of Birmingham Symphony Orchestra/Direttore Sir Simon Rattle). Impressionante, vero?

Ora che abbiamo compreso il testo e ascoltato una prima volta il brano, possiamo passare ad un riascolto più meditato dal punto di vista musicale. Ti suggerisco un’altra esecuzione, molto interessante, che ha anche il pregio di mostrare la bozza della partitura manoscritta da Schönberg scorrere sotto la musica (si tratta di una prima bozza a matita, dove gli strumenti sono riuniti in pochi pentagrammi):

https://www.youtube.com/watch?v=z51uNyqdk5E

(Maximilian Schell, narratore, Claudio Abbado dirige la European Community Youth Orchestra. Salzburger Festspiele, 1979).

Può essere utile riascoltarlo più volte per entrare meglio nell’atmosfera del brano e valutarne gli aspetti comunicativi.

Testo del Narratore Musica
Introduzione strumentale Improvvisamente due trombe squarciano il silenzio con note distorte, seguite da un breve rullo di tamburo. L’atmosfera è decisamente bellica, ma i suoni stridenti e smozzicati dei legni e i ribattuti degli archi sembrano introdurre lo sfondo di un’atmosfera da incubo. Da notare la tecnica dei suoni “frullati” dei fiati e il risuonare dello xilofono, che crea un’atmosfera di sospensione.
I cannot remember everything. I must have been unconscious most of the time. Il recitante inizia la narrazione in prima persona. Il testo è strettamente coordinato coi tempi della musica, nonostante un’apparente libertà.
Nota come pronuncia la frase “I must been unconscius”, stirandola come volesse dilatare il tempo: nello stato di incoscienza si perde la nozione del tempo.
I remember only the grandiose moment when they all started to sing, as if prearranged, the old prayer they had neglected for so many years – the forgotten creed!
But I have no recollection how I got underground to live in the sewers of Warsaw for so long a time.
La recitazione assume un tono quasi ieratico: sulle parole “the old prayer” si sente sullo sfondo il corno (con sordina) citare le prima note di un tema: lo ritroveremo più tardi. Di nuovo, sulle parole “so long a time” il tempo sembra allungarsi…
The day began as usual: reveille when it still was dark. “Get out!” Whether you slept or whether worries kept you awake the whole night. You had been separated from your children, from your wife, from your parents. You don’t know what happened to them… How could you sleep? Cambio di atmosfera, si fa sempre più nervosa e stringente… Le trombe rilanciano l’agitazione, il pizzicato dei contrabbassi mima il doloroso risveglio dei condannati e convulse frasi ritmiche, sussultanti e spezzate, accompagnano il loro disordinato cammino verso il punto di raccolta, culminando nella disperata frase del violino solo.  Come puoi dormire? Sembra un urlo.
The trumpets again – “Get out! The sergeant will be furious!” They came out; some very slowly, the old ones, the sick ones; some with nervous agility. They fear the sergeant. They hurry as much as they can. In vain! Much too much noise, much too much commotion! And not fast enough! The Feldwebel shouts: “Achtung! Stilljestanden! Na wird’s mal! Oder soll ich mit dem Jewehrkolben nachhelfen? Na jut; wenn ihrs durchaus haben wollt!”The sergeant and his subordinates hit everyone: young or old, strong or sick, guilty or innocent … It was painful to hear them groaning and moaning. Di nuovo gli squilli delle trombe e dei corni.  E il tamburo. Lo xilofono sottolinea l’agitazione che cresce sino a culminare negli ordini urlati dal sergente. L’uso della lingua tedesca dà realismo e drammaticità alla scena. Il narratore pronuncia le parole “groaning” e “moaning” come due deboli urla, mentre l’orchestra riprende questi due gridi con note lunghe e discendenti, a descrivere la perdita di forze e di energie dei prigionieri.
I heard it though I had been hit very hard, so hard that I could not help falling down. We all on the ground who could not stand up were then beaten over the head…I must have been unconscious. The next thing I heard was a soldier saying: “They are all dead!” Whereupon the sergeant ordered to do away with us.There I lay aside half conscious. It had become very still – fear and pain. L’atmosfera si trasforma in dolore e paura sottolineato da suoni stridenti e prolungati, mentre le frasi del recitante si distendono sempre in un senso di stordimento. Di nuovo la voce del recitante sembra stirarsi all’infinito… Il protagonista sente tutto in uno stato di semi-incoscienza, la musica sembra progressivamente fermarsi… L’orchestra sembra imitare lo di dolore del narratore facendo seguire alla parola “pain” una serie disordinata di note discendenti e ben marcate. La musica suggerisce uno stato di paura e torpore, squarciato solo dal comando del sergente. Stato di incoscienza dolorosa, sonorità trasfigurate quasi filtrassero dall’esterno.
Then I heard the sergeant shouting: „Abzählen!“ They start slowly and irregularly: one, two, three, four – “Achtung!” The sergeant shouted again, “Rascher! Nochmals von vorn anfange! In einer Minute will ich wissen, wieviele ich zur Gaskammer abliefere! Abzählen!” Poi inizia la conta. Anche il narratore iniziala a contare con ritmo irregolare subito interrotto dagli ordini rabbiosi urlati dal sergente. 
They began again, first slowly: one, two, three, four, became faster and faster, so fast that it finally sounded like a stampede of wild horses, and (all) of a sudden, in the middle of it, they began singing the Shema Yisroel. La conta ricomincia in modo più regolare: dapprima lentamente, poi la musica va sempre più concitandosi in crescendo, sino a diventare una cavalcata di suoni e voci, in cui si perde l’urlo finale del narratore: “Shemà Yisroel”
Shemà Israel, Adonai Eloheinu, Adonai Echad.
Veahavta et Adonai Elohecha bechol levavecha uvechol nafshecha, uvechol meodecha. Vehayu hadevarim haeileh, asher anochi metsavecha hayom, al levavecha. Veshinantam levanecha, vedibarta bam beshivtecha beveitecha, uvlechtecha vaderech, uvshochbecha uvkumecha. Ukshartam leot al yadecha, vehayu letotafot bein einecha. Uchtavtam, al mezuzot beitecha, uvisharecha.
Il coro maschile intona lo Shemà Yisroel, sul tema che all’inizio era stato accennato dal corno quando il recitante parlava del “credo dimenticato”. Con il coro dei prigionieri che canta il credo ebraico – sostenuto da un tema che ricorda un macabro valzerino – in un ultimo sussulto il brano di conclude tragicamente.

Per finire, ti suggerisco una breve riflessone sul brano da parte di Moni Ovadia, scrittore, ricercatore, cantante e interprete di musica etnica e popolare di vari paesi.

Ebrei polacchi catturati dai tedeschi a Varsavia nel 1943 ed avviati alla deportazione nei Lager.
Ebrei polacchi catturati dai tedeschi a Varsavia nel 1943 ed avviati alla deportazione nei Lager.

Il racconto di quel giorno, fatto appunto da un ebreo di Varsavia sopravvissuto alla strage, può apparire a volte molto crudo: leggendo il testo e ascoltando la musica non possiamo evitare di riflettere e meditare; la ferocia della persecuzione, la forza e la fiducia in Dio degli Ebrei, la condanna di ogni tipo di fratricidio: tutto questo traspare chiaramente dalla musica e dal testo, entrambi a forte impatto emotivo.
Schönberg attraverso questo lavoro vuole far comprendere l’assurdità della strage antisemita: perché esistono odii fra gli uomini? Perché l’uomo opera distinzioni di razza, di colore, di religione? Perché l’uomo uccide i propri simili? Non siamo forse tutti uguali? Non dovremmo essere tutti fratelli?
Eppure più volte, nel corso della storia, l’uomo ha odiato, segregato, ucciso. L’opera “Un sopravvissuto di Varsavia” deve allora aiutarci a non dimenticare ciò che è successo al fine di non sbagliare nuovamente.
Il lavoro fu scritto nel 1947 e pubblicato negli Stati Uniti. Si pensi che solo in quegli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale incominciarono a diffondersi le raccapriccianti notizie sui campi di concentramento nazisti: lo stesso Schönberg aveva da poco appreso che in uno di questi mostruosi “lager” era morto un suo nipote. Ciò spiega perché il pubblico, dopo che il brano fu presentato per la prima volta, non applaudì, ma rimase assorto in silenzioso, stupefatto raccoglimento.

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2 pensieri su “Il sonno della ragione: Un sopravvissuto di Varsavia, di Arnold Schönberg

  1. Bellissima e commovente opera, e lo dice uno che non può soffrire la musica contemporanea e dodecafonica in particolare. Il passo della Shemà Ysroël fa letteralmente tremare.

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