A sei anni è troppo tardi…

Un pensiero al volo, con la speranza di poterlo approfondire in un prossimo post.

musica-pancioneLe indicazioni nazionali del MIUR dettano le linee guida per lo sviluppo di un’identità musicale nei nostri giovani e giovanissimi. Si comincia con la scuola dell’infanzia e si prosegue nella primaria attraverso improbabili e poco efficaci interventi battezzati con nomi pomposi quanto – nel merito – poco consistenti: “La musica è un’esperienza universale… Il bambino, interagendo con il paesaggio sonoro, sviluppa le proprie capacitò cognitive e relazionali… L’ascolto delle produzioni musicali personali lo apre al piacere di far musica…” Belle frasi, una prosa dal sapore più propagandistico che fattuale, che finge di non conoscere la realtà dell’educazione musicale in Italia e, ancor più, la fisiologia dell’esperienza musicale, la sua genesi, il suo stesso essere. Sembra (e forse, in parte è, scritta da qualcuno che con la musica abbia un rapporto distante e per distante non intendo solo una condizione di scarsa competenza musicale ma anche, e soprattutto, una visione conservatoriale, di stampo conservativo della musica in una prospettiva in realtà secondaria e sottomessa.

Una provocazione, la mia? Forse sì, ma io stesso non ne sono così sicuro.

Spesso si dimentica – o non si comprende – che la musica non è solo piacere, non è solo cognitività, non è solo operatività manuale e godimento sensoriale. E’ prima di tutto il più complesso e potente linguaggio simbolico a disposizione dell’uomo ed è una creatura tutta sua. Nulla, all’infuori dell’uomo, in natura, crea o esegue musica. Emette suoni, semmai, ma non fa musica. E’ un linguaggio simbolico, non necessariamente teso alla mera conservazione della specie od alla sopravvivenza. Si fa musica anche solo per il puro piacere di farla, di comunicare. Non così la parola, che ha sempre uno scopo dichiarato.

bimbo_musicaI linguaggi, in natura, si imparano e si interiorizzano passo dopo passo, iniziando già dal grembo materno. Vale per il linguaggio verbale e per quello iconografico: ci pensino gli insegnati di lingue vive o morte con le loro spesso dannose costruzioni grammaticali preventive. Il neonato si apre già al momento della nascita alla conoscenza del linguaggio della madre, dei genitori, dei familiari, dei suoni ambientali. Poco tempo dopo a quello dei colori e delle immagini. Ma i suoni che vengono coltivati sono quelli della parola, della voce materna e sono fortunati quei bimbi che da questa voce ricevono anche stimoli musicali, come le ninne nanne e le melopee del nostro passato, talvolta ancestrale.

Per la maggior parte dei bambini, ancora oggi, le esperienze musicali vengono paracadutate dall’alto, con l’ingresso nella scuola materna o addirittura primaria, ed è già un bene se questo accade, per l’incompetenza musicale della gran parte degli operatori scolastici che operano in queste fasce di età.

In molti paesi del nord Europa, almeno l’esperienza religiosa o la tradizione popolare permettono ai piccoli di accostarsi molto presto all’esperienza musicale assieme ai propri cari: i canti protestanti, ascoltati ed imitati dai piccolissimi dalla diretta voce dei genitori e dalla comunità, in chiesa, sono una palestra preziosa. In Italia, ed in generale, nel mondo cattolico, questa esperienza manca totalmente, poiché la Chiesa, ai tempi del Concilio di Trento e nei secoli successivi, non ha saputo opporre all’insegnamento di Lutero, che considerava la musica una competenza irrinunciabile di un maestro, altro che una visione specialistica e divisiva, certamente con grande giovamento dell’arte musicale “alta”, ma a costo del sempre più accentuato distacco dei fedeli dalla pratica musicale spicciola, quella più utile in chiave evolutiva. Sorvoliamo peraltro sulle penose esperienze delle chiese odierne, ridotte a penose schitarrate che nulla hanno a che fare con la tradizione musicale cristiana, talché in chiesa le preghiere si recitano, non si cantano, come era normale sino a mille anni fa, mentre l’avvicinamento alla musica si fa sempre più tardivo e incerto.

A_Batalha_do_PassinhoQuale dovrebbe essere allora la prima palestra musicale? La famiglia, con i primi suoni della vita: non serve una particolare competenza didattica, basta che la musica entri a far parte quotidianamente, per mezzo delle voci familiari o tramite la diffusione generalizzata di musica di ogni tipo, possibilmente scelta in funzione dell’età. Allora potremo smetterla di stupirci delle strepitose performances dei bimbi delle favelas.

No, non intendo dire che ad un neonato si debba fare ascoltare la musica di Peppa Pig o dell’Ape Maia. E’ importante la presenza ambientale della musica e la sua pratica da parte dei genitori, della famiglia, per esempio con l’utilizzo delle ninne nanne o di musica di ogni genere diffusa nell’ambiente del bambino (Mozart, Stravinskij o John Lennon, perché no?) a far sì che diventi una naturale componente della quotidianità. E nei nidi, perché non immaginare un programma di ascolto naturale, attraverso musiche scelte per accompagnare i bambini nelle loro attività e nei momenti di riposo?

Dopo è troppo tardi. E’ come pretendere di insegnare a parlare ad un bambino di sei anni o, peggio, di undici. La musica, come le parole e le immagini, deve accompagnare il bimbo fin dalla nascita e in modo aperto, dichiarato, non con miagolii e zuccherature finto-infantili, come si fa con il parlato.

Cosa può fare la scuola? Preparare decentemente i futuri insegnanti dell’Infanzia e della Primaria, che oggi devono possedere una laurea ma sono istituzionalmente digiuni di musica. Si può così togliere la musica dal limbo in cui da sempre è stata segregata dalla scuola, quasi fosse un linguaggio per iniziati e non il linguaggio più naturale: in fin dei conti, il pianto del neonato è ben più vicino, come forma di espressione, al canto, piuttosto che alla verbalizzazione dominante e intellettualmente opprimente.

Volevo esprimere un pensiero e mi sono lanciato in un discorso che non ha quasi confini. Mi fermo, ma il concetto spero sia chiaro. Lo riprenderemo.

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4 pensieri su “A sei anni è troppo tardi…

  1. Ho aggiunto adesso un link a questo sito nel blogroll di diesis&bemolle; ero convinto di averlo fatto già da tempo, ma evidentemente era rimasta una pia intenzione; sorry.

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